Translate

martedì 1 maggio 2012

1° MAGGIO ricorrenza di una vita qualunque

Era uno di quei giorni di primavera, quella che si era fatta aspettare, finalmente era arrivata, dentro le giornate limpide e le nuvole alterne, di gocce e di aria, ora tiepida ora da far rabbrividire.
Una di quelle giornate da scampagnata, ma il senso di quella giornata era un'altro, la giornata dei lavoratori, delle rivendicazioni, delle belle riunioni di piazza, dove un qualunque saccente ben fornito di dialettica si innalza su un pulpito e istiga la gente, gente contro gente, ideali assopiti vengono risvegliati, fervori e rabbie latenti rinforzate, canti del passato proposti come colonne sonore dell'oggi che in nulla è variato.
Dio, quanto volevo evitare tutto questo e ricordarmi che era giorno di festa, dove non pensare ai fastidi di domani. Eppure venivo catapultata li in mezzo agli altri, gioiosi e invasati dentro la fasulla ideologia di avere un potere se dentro una piazza potevano cantare e farsi sentire, dentro la fasulla convinzione che il biglietto d'entrata potesse servire a sanare un qualche cosa che riguardava tutti noi...e invece quell'introito se lo sarebbero spartiti quei pochi avvoltoi e parassiti che ci attiravano come farfalle nella tela di un ragno, e noi ignari e consapevoli eravamo li comunque e ad ogni costo.
Fu allora la fantasia, quella che nella confusione del momento prese il sopravvento, portandomi lontano dalla folla e dalla confusione, dal vociare concitato, dagli striscioni bianchi imbrattati di verità e di insulti, dal rosso delle bandiere intrise del sangue di chi sudore da dare non ne aveva ormai più, lontano dall'indignazione scritta dentro ma mai del tutto dimostrata nei fatti.
La fantasia mi spinse dentro gli occhi di uno dei tanti che erano li, gli sguardi si incrociarono spesso durante la giornata, in un rincorrersi e un cercarsi, un fuggire dall'ovvio e ritrovarsi al di là, nella giornata che avrei voluto: stesi in un prato a sbirciarci di sottecchi tra i fili d'erba e i fiori selvatici, a sorriderci tra le ciocche di capelli scompigliate  nel vento, e come una nuvola che si in frappone tra terra e sole mi attirasti su di te, mordendomi mani e collo, solleticandoci avrei riso sfuggendoti, cercando nella corsa la mano ...
Tutti e due a guardarci, a giocare ancora dentro un fiume di gente che ci attorniava e ci spingeva fin a farci arrivare l'uno contro l'altra e non sono ora gli occhi a sfiorarsi, ma le mani di nascosto si cercano, strofinandosi al ritmo di una musica e di un canto che nulla appartiene a quella piazza, ma risuona come sfondo all'intreccio dei corpi, nell'immaginario nudi, ci diamo uno sguardo sorpreso e un sorriso, arrossendo.
Indietreggiammo insieme, passo dopo passo, strascicando i piedi, spingendo e scivolando tra braccia e corpi sudati, tra parole e mezze parole senza un senso preciso che formavano discorsi assurdi, ci ritrovammo sputati fuori dalla folla, ai margini del bosco che costeggia la radura piena di gente, e in esso ci addentrammo, quel tanto per sfuggire agli occhi indiscreti, allora un tronco ruvido ci faceva da riparo schiacciati l'uno contro l'altra le labbra si cercavano ci scambiammo un bacio lungo e frenetico, il sapore del sudore che imperlava i volti si mescola alla saliva, le mani scorrevano sotto i vestiti leggeri alla ricerca di sapori nascosti tra sguardi struggenti e implorevoli, gli umori caldi e odorosi impregnano mani  e cosce, si liberavano gemiti silenziosi e senza fiato, si mescolavano i corpi con il creato, tutto divenne spazio indefinito, scomparvero le folle, le musiche e le parole. La voglia che fluiva nel grembo venne saziata con assalti ritmici e baci umidi nel calore di una giornata di primavera che come fine ultimo prendeva la forma della festa dei lavoratori, ma oggi mi ricorda il giorno in cui venne concepito mio figlio, con uno sconosciuto padre inconsapevole, un lavoratore qualunque morto colpito da un proiettile vagante nei tafferugli sviluppatesi nel giorno del 1° maggio ...

(racconto inventato, che mette in luce alcuni aspetti della ricorrenza, trascinando in un finale che ha del possibile e è nella coerenza dei nostri giorni)
IvanaZoia tutti i diritti riservati 2012 vietata la riproduzione

P.S. Il racconto nasce ispirato a uno scritto-poesia di Cesare Pavese "Lavorare stanca" riportata qui di seguito:

I due, stesi sull'erba,
vestiti, si guardano in faccia tra gli steli sottili:
la donna gli morde i capelli
e poi morde nell'erba. Sorride scomposta, tra l'erba.
L'uomo afferra la mano sottile e la morde
e s'addossa col corpo. La donna gli rotola via.
Mezza l'erba del prato è così scompigliata.
La ragazza, seduta, s'aggiusta i capelli
e non guarda il compagno, occhi aperti, disteso.
Tutti e due, a un tavolino, si guardano in faccia
nella sera, e i passanti non cessano mai.
Ogni tanto un colore più gaio li distrae.
Ogni tanto lui pensa all'inutile giorno
di riposo, trascorso a inseguire costei,
che è felice di stargli vicina e guardarlo negli occhi.
Se le tocca col piede la gamba, sa bene
che si danno a vicenda uno sguardo sorpreso
e un sorriso, e la donna è felice. Altre donne che passano
non lo guardano in faccia, ma almeno si spogliano
con un uomo stanotte. O che forse ogni donna
ama solo chi perde il suo tempo per nulla.
Tutto il giorno si sono inseguiti e la donna è ancor rossa
alle guance, dal sole. Nel cuore ha per lui gratitudine.
Lei ricorda un baciozzo rabbioso scambiato in un bosco,
interrotto a un rumore di passi, e che ancora la brucia.
Stringe a sè il mazzo verde - raccolto sul sasso
di una grotta - di bel capevenere e volge al compagno
un'occhiata struggente. Lui fissa il groviglio
degli steli nericci tra il verde tremante
e ripensa alla voglia di un altro groviglio,
presentito nel grembo dell'abito chiaro,
che la donna gli ignora. Nemmeno la furia
non gli vale, perché la ragazza, che lo ama, riduce
ogni assalto in un bacio c gli prende le mani.
Ma stanotte, lasciatala, sa dove andrà:
tornerà a casa rotto di schiena e intontito,
ma assaporerà almeno nel corpo saziato
la dolcezza del sonno sul letto deserto.
Solamente, e quest'è la vendetta, s'immaginerà
che quel corpo di donna, che avrà come suo, sia,
senza pudori, in libidine, quello di lei.

Cesare Pavese

Nessun commento:

Posta un commento

sono graditissime impressioni e commenti